Dal 6 al 8 Ottobre 2011

Sirte resiste tuttora. Il valore della resistenza libica è da sottolineare ed è in netto contrasto con la propaganda della NATO, che ha parlato di un intero popolo contro il loro dittatore. In Afghanistan questa settimana un accordo di importanza strategica si è stretto tra New Delhi e Kabul. Diversi mesi fa, ho scritto per il New Journal of History un articolo sul nuovo Grande Gioco in Afghanistan (che trovate sul www.realpolitik.tv ) in cui ho sottolineato l’importanza dell’alleanza cin antitesi al Pakistan, tra l’Afghanistan e l’India. Non è un caso che il 6 ottobre, i talebani, un prodotto del Pakistan, hanno duramente criticato l’accordo. Il riavvicinamento con l’India, il primo investitore in Afghanistan, molto più avanti della Cina e delle potenze occidentali avviene in un contesto di deterioramento delle relazioni tra Kabul e Islamabad. Nei prossimi anni c’è da attendersi, in un contesto in cui gli Stati Uniti e i loro alleati allentano la presa in Afghanistan, il conflitto tra India e Russia da una parte, impegnati a fare di Kabul un alleato, e Pakistan e Cina con i loro amici talebani dall’altra.

3 ottobre, Vladimir Putin ha firmato sulle Izvestia un articolo di grande interesse « Un nuovo progetto di integrazione per Eurasia: Un futuro in divenire »; nello scritto egli sviluppa la sua visione di integrazione eurasiatica in cui la Russia avrà un ruolo fondamentale. Putin disegna quello che sembra essere il futuro: l’Unione europea (io spero rifondata su basi realistiche, nel più breve tempo possibile; Washington, altrimenti, affermerà finalmente la ragione della propria idea d’Europa), l’Unione euroasiatica con la Russia al centro e la Cina con la propria sfera di influenza. La capacità di questi tre gruppi di costruire un rapporto equilibrato determinerà il futuro del mondo. Questo è esattamente ciò che gli Stati Uniti vogliono evitare attraverso il mantenimento (anche tramite il sostegno al fondamentalismo religioso) delle fratture identitarie del continente eurasiatico.

In settimana Putin dubitava, a ragione, del sostegno dell’Occidente all’ingresso della Russia nell’Organizzazione mondiale del commercio (OMC), e questo nel momento in cui i negoziati languono a partire dal 1993. La ragione ufficiale del rifiuto da parte dell’Unione europea all’ingresso della Russia? Il rifiuto della Georgia all’ingresso di Mosca! Se questo fosse vero, sarebbe patetico, perché vorrebbe dire che la Georgia detiene nelle sue mani il futuro delle relazioni tra l’UE e la Russia; ma non è vero comunque. Se la Russia è l’ultima grande potenza economica a non esserne membro, è solo perché l’integrazione euroatlantica non possa soffrire la concorrenza di un progetto di integrazione che la Russia sostiene legittimamente mantenendo relazioni economiche privilegiate con la sua sfera di influenza naturale (Bielorussia, Caucaso, Asia centrale). Per Washington e i suoi alleati europei infeudati, il crimine della Russia è di non abbandonare la propria periferia geopolitica ed economica.

Il duello Arabia Saudita / Iran continua, anche se non se ne parla molto. All’inizio di questa settimana, il regno saudita ha vissuto violenze nella parte orientale sciita. Per i sauditi, senza dubbio c’era la mano dell’Iran. La guerra si gioca non solo in questo momento in Siria, ma anche in Bahrein, dove l’opposizione sciita continua ad essere pesantemente soffocata. Gli ultimi tumulti sciiti in Arabia Saudita si sono verificati a metà marzo, quando l’esercito saudita è stato coinvolto nella repressione contro gli sciiti in Bahrain.

Ritorno sui veti di Russia e Cina sui tentativi occidentali di interferire nei disordini in Siria. Per i nostri media non ci sono parole abbastanza forti contro Mosca (curiosamente Pechino è risparmiata). Putin è diventato la bestia nera del giornalismo benpensante francese. E ‘necessario far notare a questi professionisti dell’indignazione selettiva che questa è la prima volta che Mosca e Pechino stanno usando il loro veto a sostegno di una causa in Medio Oriente, mentre gli Stati Uniti lo hanno usato più di 50 volte contro il diritto dei palestinesi ad avere una nazione?

Il trattamento dei media della Siria è inoltre simile a quello dell’Iran di Ahmadinejad, della Libia di Gheddafi, della Costa d’Avorio di Gbagbo, dell’Iraq di Saddam Hussein, del Darfur, dell’ex Jugoslavia … manicheo e spesso falso! Fondato sulla base delle statistiche dei gruppi di opposizione (che obiettività!) che parla di 2700 morti nella repressione in Siria. Che dire dei crimini commessi da bande armate che terrorizzano e uccidono a tutt’oggi? Nessun interrogativo sul denaro americano che fluisce in Siria e alimenta i manifestanti? Un tentativo di rivoluzione colorata è chiaramente in corso in Siria, preambolo a ciò che dovrebbe seguire in Iran.

Circa l’ulteriore estensione del controllo statunitense sulla sua periferia, è stato segnalato che la Spagna ha accettato, il 5 ottobre, di partecipare al scudo missilistico NATO. La partecipazione consisterà nell’ospitare una nave americana dotata di intercettori (sistema di combattimento Aegis), presso la base navale statunitense a Rota (Spagna meridionale). La Spagna si aggiunge a Turchia (radar degli Stati Uniti nel sud-est), Polonia e Romania (intercettori tipo SM-3) nella partecipazione al sistema americano.

Intanto che la Spagna e, più in generale, l’Unione, stanno crollando sotto il peso dei propri debiti, con le banche degli Stati Uniti come manovratrici (Jp Morgan e Goldman Sachs in particolare), Washington continua il suo processo di alienazione dell’Europa. E ‘vero, come ha detto questa settimana in un discorso per niente equilibrato sulla politica estera, il probabile futuro candidato repubblicano alla presidenza degli Stati Uniti, Mitt Romney, che « Dio ha creato l’America a dominare il mondo ». È per questo che, probabilmente, non si parla che di fondamentalismo iraniano…

Du 6 au 8 octobre 2011

Syrte tient toujours. La vaillance des résistants loyalistes libyens est à souligner et contraste fortement avec la propagande de l’OTAN laquelle parlait d’un peuple entier dressé contre son dictateur.

En Afghanistan, cette semaine, un accord stratégique d’une importance capitale s’est noué entre New Delhi et Kaboul. Il y a plusieurs mois, je donnais à la Nouvelle Revue d’Histoire un article sur le Nouveau Grand Jeu en Afghanistan (que vous trouvez sur www.realpolitik.tv) dans lequel j’insistais sur l’importance de l’alliance à revers contre le Pakistan entre l’Afghanistan et l’Inde. Ce n’est pas un hasard si, le 6 octobre, les Talibans, fabrication du Pakistan, ont critiqué violemment cet accord. Le rapprochement avec l’Inde, premier investisseur en Afghanistan, loin devant la Chine ou les puissances occidentales, intervient dans un contexte de dégradation des relations entre Kaboul et Islamabad.

Il faut s’attendre, dans les années à venir, dans un contexte où les États-Unis et leurs alliés vont maîtriser de moins en moins la donne en Afghanistan, à l’affrontement entre d’une part l’Inde et la Russie, tentant de faire de Kaboul un allié, d’autre part le Pakistan et la Chine, et leurs amis talibans.

Le 3 octobre, Vladimir Poutine a signé dans Izvestia un article d’un grand intérêt « A new integration project for Eurasia : A future in the making » ; il développe sa vision d’une intégration eurasiatique dans laquelle la Russie jouera un rôle pivot. Poutine dessine ce qui semble être l’avenir, l’Union européenne (je l’espère refondée sur des bases réalistes, le plus rapidement possible, sinon Washington aura définitivement raison de l’idée européenne), l’Union eurasiatique avec la Russie au centre, et la Chine avec sa propre sphère d’influence. La capacité de ces trois ensembles à construire des relations équilibrées sera déterminante pour l’avenir du monde. C’est précisément ce que les Etats-Unis veulent empêcher en entretenant (en appuyant notamment le fondamentalisme religieux) les fractures identitaires sur le continent eurasiatique.

Cette semaine Poutine doutait, à juste titre, du soutien de l’Occident à l’entrée de la Russie dans l’Organisation mondiale du commerce (OMC), et ce alors que les négociations sont engagées depuis 1993. Le motif officiel du refus par l’Union européenne de la Russie ? Le refus de la Géorgie de laisser Moscou entrer ! Si c’était vrai ce serait pathétique car cela voudrait dire que la Géorgie tient entre ses mains l’avenir des relations entre l’Union européenne et la Russie, mais ce n’est de toute façon pas vrai. Si la Russie est bien la dernière grande puissance économique à ne pas être membre, c’est tout simplement que l’intégration transatlantique ne souffre pas la concurrence du projet intégrateur d’une Russie souhaitant légitimement pouvoir entretenir des relations économiques privilégiées avec sa sphère d’influence naturelle (Belarus, Caucase, Asie centrale). Pour Washington et ses alliés européens inféodés, le crime de la Russie c’est de ne pas lâcher sa périphérie géopolitique et économique.

Le duel Arabie Saoudite/Iran continue, bien que l’on n’en parle pas beaucoup. En début de semaine, le royaume saoudien a connu des violences dans l’Est chiite. Pour les Saoudiens, aucun doute : l’Iran est derrière. La guerre se joue non seulement en ce moment en Syrie, mais aussi à Bahreïn où l’opposition chiite continue d’être sérieusement muselée.

Les derniers troubles chiites en Arabie Saoudite s’étaient produits mi-mars lorsque l’armée saoudienne avait participé à la répression contre les chiites de Bahreïn.

Retour sur les vetos chinois et russe à propos de la tentative d’ingérence occidentale dans les troubles en Syrie. Nos médias n’ont pas de mots assez durs contre Moscou (curieusement Pékin est bien plus épargné). Poutine est devenu la bête noire de la bien-pensance journalistique française. Faut-il faire remarquer à ces professionnels de l’indignation sélective qu’il s’agit de la première fois que Moscou et Pékin usent de leur droit de veto pour soutenir une cause moyen-orientale, alors que les États-Unis l’ont utilisé eux plus de 50 fois contre le droit des Palestiniens à disposer d’une nation ?

Le traitement médiatique de la Syrie est d’ailleurs semblable à celui de l’Iran d’Ahmadinejad, de la Libye de Khadafi, de la Côte-d’Ivoire de Gbagbo, de l’Irak de Saddam Hussein, du Darfour, de l’ex-Yougoslavie… Manichéen et souvent mensonger ! On se base sur des statistiques de groupes d’opposition (quelle objectivité !) qui parlent de 2700 morts dans les répressions en Syrie. Quid des crimes commis par les bandes armées qui terrorisent et assassinent en ce moment ? Et qui s’interroge sur l’argent américain qui est entré en Syrie et alimente les manifestants ? Une tentative de révolution colorée est évidemment en cours en Syrie, préambule à celle qui doit suivre en Iran.

A propos encore de l’extension du contrôle américain sur ses périphéries, on apprenait le 5 octobre que l’Espagne avait donné son accord pour participer au bouclier antimissile de l’OTAN. La participation se fera sous la forme de l’accueil d’un navire américain équipé d’intercepteurs (système de combat Aegis), à la base navale américaine de Rota (dans le sud de l’Espagne). L’Espagne rejoint donc la Turquie (radar américain dans le sud-est), la Pologne et la Roumanie (intercepteurs de type SM-3) dans la participation à ce dispositif américain.

Pendant que l’Espagne, et plus globalement, l’Union, s’effondre sous le poids de sa propre dette, avec les banques américaines à la manœuvre (JP. Morgan et Goldman Sachs notamment), Washington poursuit son processus d’aliénation de l’Europe.

Il est vrai, comme l’a déclaré cette semaine dans un fracassant discours de politique étrangère, le probable futur candidat républicain à la présidence américaine, Mitt Romney, que « Dieu a créé l’Amérique pour dominer le monde ». C’est sans doute pour cela que l’on ne nous parle que de fondamentalisme iranien…

Du 29 septembre au 4 octobre

Notre ami Xavier Moreau l’a rappelé fortement et je ne m’étendrai donc pas sur cette nouvelle d’une importance immense pour la consolidation du monde multipolaire : l’entente Poutine-Medvedev pour la candidature de Vladimir Poutine à la présidentielle russe de 2012. La joie de ceux qui aspirent à un monde équilibré peut être à la hauteur du dépit de l’intelligentsia bien-pensante d’Europe de l’Ouest, laquelle confondait ses espérances de fracture entre Dimitri et Vladimir avec la réalité. Realpolitik l’avait affirmé avec constance et depuis toujours, envers et contre tous ; surtout contre des experts français souvent plus américanophiles que russologues.

J’ajouterai à cette actualité russe l’annonce que vient de faire Gazprom de la mise en service le 8 novembre du gazoduc Nord Stream (1224 km) qui approvisionnera directement l’Europe occidentale en passant par la mer Baltique. 55 milliards de m3 de gaz seront acheminés chaque année de Vyborg jusqu’à Greifswald (Allemagne) en passant par les eaux territoriales de la Russie, de la Finlande, de la Suède et du Danemark. L’Allemagne et la Russie rapprochent un peu plus leurs intérêts, et c’est une bonne nouvelle pour l’indépendance future de l’Europe.

Le 7 octobre, l’occupation de l’Afghanistan par les Occidentaux « fêtera » (si l’on peut dire) son dixième anniversaire. Triste anniversaire d’une guerre sans perspective dans laquelle les pays européens auront perdu 750 hommes au profit des intérêts américains. Bien sûr, un soldat français meurt toujours pour la France ; et il ne meurt jamais pour rien ; mais il n’en reste pas moins que cette guerre d’ingérence démocratique verra ses efforts balayés le lendemain même du départ des troupes occidentales. Selon une étude de l’Université américaine Brown, la guerre a fait 33 877 morts, civils, insurgés, soldats afghans et étrangers.

Sans doute nous poserons-nous bientôt les mêmes questions (bien avant 10 ans en tout cas) en Libye. On apprend déjà en effet, en ce début du mois d’octobre, que selon l’OTAN la trace d’au moins 10 000 missiles sol-air a été perdue en Libye. Dixit l’hebdomadaire allemand Der Spiegel, l’amiral Giampaolo Di Paola qui préside le Comité militaire regroupant les chefs d’état-major des pays de l’OTAN ne cache pas son immense inquiétude pour l’aviation civile. Il s’agit là en effet d’une nouvelle bien inquiétante pour les aéroports des pays du Maghreb et de la frange sahélienne, et peut-être même bien au-delà, compte tenu du nombre énorme de missiles disséminés dans la nature. Le général Mohamed Adia du Conseil National de Transition libyen estime lui qu’il manque 5000 missiles SAM-7. J’avais écrit, dès le début de la guerre, que l’une des grandes catastrophes pour toute la zone sahélienne était le pillage des dépôts d’armes de l’armée nationale libyenne par les rebelles. Eh bien nous y sommes hélas ! L’insécurité va exploser dans la zone, ce qui fournira un beau prétexte (la lutte contre le terrorisme toujours) aux Etats-Unis pour tenter de contrôler toute l’Afrique du Nord. D’ailleurs si l’OTAN prend la peine de communiquer sur cette information, au risque de se voir rétorquer qu’elle l’a bien cherché, c’est qu’elle en est déjà au coup d’après : le renforcement de son emprise dans toute l’Afrique du Nord.

A propos de la querelle Chine-États-Unis, je renvoie le lecteur à mon intervention sur France culture le 28 septembre dernier en ajoutant que le 3 octobre la Chine a clairement averti Washington que si le projet de loi américain visant à pénaliser les exportations chinoises était voté alors une guerre commerciale serait ouverte entre les deux pays. Précisons que ledit projet de loi concerne le Sénat et pas encore la Chambre des représentants. Mais la brouille autour du yuan sous-évalué se renforce. Et ce n’est que le début. Et dire que certains croyait au G-2 cette entente sino-américaine pour diriger le monde…

États-Unis / Chine. L’axe Washington-Pékin structure-t-il les relations internationales ? (podcast)

Les Enjeux Internationaux sur France Culture, le 28/09/2011, avec Thierry Garcin et Éric Laurent.

On l’a bien vu depuis le début de la crise économique mondiale, les deux puissances sont interdépendantes : Pékin a besoin d’exporter vers les États-Unis, Washington a besoin de l’argent chinois pour financer ses bons du Trésor et ses fonds de pension.

Mais les litiges ou divergences entre les deux portent sur des dossiers importants : gestion de la crise (dette américaine), non ou faible réévaluation du yuan, droits de l’homme, Tibet, Iran, remilitarisation, ventes d’armes à Taïwan, questions de sécurité, etc.

Compte tenu d’un monde en voie de multipolarisation économique (multipolarisation très différenciée, d’ailleurs), l’axe Washington-Pékin est-il pertinent et relativement structurant dans l’ordre des relations internationales ? Ou s’agit-il d’abord d’une alliance à fronts renversés ?

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Du 18 au 23 septembre 2011

Semaine importante aux Nations unies avec, au cœur des débats, la demande palestinienne pour la reconnaissance d’un Etat. Sur ce sujet, Obama est rentré dans le rang. Le Jerusalem Post (droite israélienne) constate, après le discours du président américain, que celui-ci « a fini par dire aux Israéliens ce qu’ils espéraient entendre. Il aura fallu attendre 34 mois, mais en fin de compte Israël a entendu le discours qu’il attend du président américain ». En rejetant la requête d’un Etat de Palestine à l’ONU Obama aura, en effet, selon les mots des envoyés spéciaux de Yediot Aharonot à New York, « suscité une grande joie au sein de la délégation israélienne ». Tous les arguments classiques que l’Etat israélien met habituellement en avance ont été mobilisés pour justifier l’exception israélienne et ce que l’on pourrait appeler un traitement privilégié réservé à un Etat de classe supérieure aux autres, en échappant, au nom des « souffrances de milliers d’années d’exil et de la Shoah » (dixit Obama) aux règles élémentaires du droit international. « Oncle Sam-Obama » est rentré à la case ; c’est promis il ne causera plus de souci au lobby pro-israélien, surtout avant une présidentielle américaine qui approche à grands pas…

Sarkozy a quand même essayé, dans cette affaire, de rester plus proche de la position traditionnelle de la France, celle de l’équilibre. La France gaullienne elle, n’aurait pas hésité, et aurait soutenu l’Etat de Palestine à l’ONU, non seulement parce qu’il est tout simplement juste que les Palestiniens finissent par avoir accès à la souveraineté, mais aussi parce que, là résidait la véritable position d’équilibre. En proposant un statut intermédiaire d’Etat observateur de l’ONU, Sarkozy a quand même su montrer que la France restait un pays de bonne volonté (pas sur dossier iranien en revanche !) qui cherchait le dialogue et les ouvertures. Sa proposition a d’ailleurs été accueillie favorablement par les Palestiniens (la délégation en tout cas, mais certainement pas le Hamas ni la masse des Palestiniens désespérés Gaza). Les Israéliens n’ont pas sauté de joie au plafond ni protesté, ce qui montre qu’ils ont conscience, malgré tout, que leur position dogmatique de refus d’un Etat ne tient pas la route dans la longue durée. Quant au « no comment » d’Obama sur la proposition française, il en dit long, une fois de plus, sur l’arrogance de ces Etats-Unis qui se vivent en monopole de l’action sur l’Histoire.

La proposition française a aussi révélé, à nouveau, la fracture profonde qui existe entre Paris et Ankara. Le 22 septembre en effet, le Vice-Premier Ministre turc a rejeté avec vigueur l’idée d’un statut intermédiaire pour les Palestiniens en la comparant à l’opposition de Sarkozy à l’entrée de la Turquie dans l’Union européenne. L’attaque est devenue plus sournoise encore lorsqu’il a ajouté qu’il regrettait que certains pays puissent changer leurs idées à cause de l’influence d’Israël… De qui pouvait-il bien parler ? Le Premier Ministre Recep Tayyip Erdogan est venu, lui, renforcer la position de son Vice-Premier Ministre en demandant à ce que l’on « fasse pression sur Israël pour faire la paix » afin de montrer que les Israéliens « ne sont pas au-dessus des lois ».

Voilà une Turquie en tout cas bien loin de l’axe kémaliste traditionnel. Une Turquie qui soutient l’idée de solidarité islamique et restaure sa politique arabe par un appui clair aux Palestiniens et à l’ensemble des transformations politiques en cours dans le monde arabe. Une Turquie, j’ai déjà eu l’occasion de l’écrire, qui est devenue un véritable modèle pour beaucoup d’Arabes sunnites, du Maghreb jusqu’au Moyen-Orient.

L’actualité turque c’est aussi cette tension croissante entre les Turcs et les Chypriotes (grecs) à propos de la souveraineté maritime et des ressources gazières off-shore. A la Tribune des Nations unies,  le président de la République de Chypre, Demetrios Christofias, s’est attaqué aux provocations de la Marine turque dans la Zone Economique Exclusive (ZEE) de Chypre. C’est dans cette zone qu’a commencé en effet, selon un accord entre Chypre et la société américaine Noble Energy, une campagne d’exploration gazière. Il faut noter que la République de Chypre a signé récemment un accord avec Israël pour la délimitation des zones économiques exclusives entre les deux pays. L’enjeu, en termes de ressources gazières est très important, et le problème se retrouve entre le Liban et Israël. Pour contrer cet accord israélo-chypriote, les Turcs ont signé mercredi 21 septembre, avec la République turque de Chypre du Nord (la RTCN qui n’est pas reconnue en tant qu’Etat à l’ONU et qui est soutenue par Ankara dans sa démarche sécessionniste).

On ne parle donc pas suffisamment des tensions croissantes en Méditerranée orientale autour de la souveraineté maritime, en rapport avec des enjeux énergétiques. D’un côté Israël et Chypre, de l’autre la Turquie, le Liban. Dans le refus des Israéliens à voir une souveraineté palestinienne reconnue à l’ONU, n’oublions pas la dimension maritime ! Pour les Israéliens, l’indépendance énergétique repose en large partie (pour le gaz) sur son émancipation d’une Egypte de plus en plus tentée par l’islamisme (Frères musulmans). Israël compte donc beaucoup sur l’optimisation de son espace de souveraineté maritime, lequel lui donnera d’autant plus de chances de contrôler d’importantes ressources gazières off-shore.

Dans l’actualité géopolitique de cette semaine, je me suis arrêté aussi sur la colère de l’amiral Mullen, le plus haut responsable militaire américain, contre l’allié pakistanais. Voici un extrait de la déclaration de Mullen devant le Sénat, dans laquelle il a explicitement visé le réseau Haqqani (insurgés afghans) comme bras armé des services de renseignement pakistanais (l’ISI) :

« En choisissant d’utiliser l’extrémisme violent comme instrument politique, le gouvernement du Pakistan (et plus spécifiquement) l’armée pakistanaise et l’ISI compromet non seulement la perspective d’un partenariat stratégique avec nous, mais aussi l’opportunité pour le Pakistan d’être une nation respectée ». Conseil à l’amiral Mullen : en parler à la CIA qui travaille depuis toujours de concert avec l’ISI. Peut-être que l’on finira alors par comprendre comment l’armée américaine sacrifie des hommes à éteindre des feux allumés à l’initiative de la CIA !

A propos, un clin d’œil pour les initiés : le taliban qui avait fait exploser l’hélicoptère militaire américain transportant des Navy Seals (l’unité qui a « eu » Ben Laden), vient d’être éliminé à son tour cette semaine. Bien renseignés, les Américains savaient qui avait feu le coup (quelqu’un aussi de très bien renseigné à propos de cet hélicoptère). Décidément il ne reste plus beaucoup de traces de « l’occultation » mystérieuse de l’imam Ben Laden…

Enfin, des nouvelles du rivage des Syrtes. Pour un pays tout entier dressé contre son dictateur, il y a quelque chose qui cloche. Syrte et Bani-Walid résistent en effet farouchement et les ex-rebelles libyens (aujourd’hui le gouvernement reconnu) ne sont pas encore au bout du chemin. On nous aurait donc menti ?

Agenda : pour ceux qui sont matinaux, je serai sur France culture, Les enjeux internationaux, émission de Thierry Garcin, le 28 septembre 2011 à 6h50.

« Chronique du choc des civilisations » : nouvel entretien

Deux ans après la première parution de la « Chronique du choc des civilisations », qui dressait de façon brillante un panorama de géopolitique mondiale, Aymeric Chauprade enrichit, peaufine et réactualise son analyse en 2011. Ce livre avait, à l’époque, valu à M. Chauprade, alors professeur de géopolitique au Collège interarmées de défense, une révocation expresse sous décision du ministre de la Défense, Hervé Morin.

De profonds bouleversements touchent actuellement de nombreuses nations et civilisations y compris les grandes puissances mondiales. Le XXIème siècle sera-t-il celui des identités ? Quelle place dans le monde pour l’Afrique , pour l’Asie, pour l’Amérique ? Quel avenir pour l’Europe ?

Ce sont à ces questions qu’Aymeric Chauprade tente de répondre dans son ouvrage, dont il nous livre les premières analyses au micro de Novopress.

Source

Débat du jour sur Radio France Internationale du 12 septembre 2011

Émission le débat du jour de Radio France Internationale du 12 septembre 2011 à 19h10 par Jean-François Cadet, avec Aymeric Chauprade et Pierre Conesa : à l’occasion de la sortie de leur nouveau livre (Chronique du choc des civilisations pour Aymeric Chauprade et La fabrication de l’ennemi pour Pierre Conesa), les deux intervenants débattent sur le thème « Nouvelles menaces, nouveaux fantasmes ? »

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Du 7 au 12 septembre 2011

Alors que la coalition transatlantique Washington-Londres-Paris se félicite de sa nouvelle opération de prédation en Libye, au nom de la religion des Droits de l’homme (on imagine bien en effet les effets de 21 000 raids aériens de l’OTAN dont plus de 8000 attaques avec bombes et missiles sur la population civile !), le jeune monde multipolaire continue tranquillement sa croissance. Le 9 septembre, l’Argentine a remercié les dirigeants chinois de leur soutien affiché à la revendication de Buenos Aires sur les îles Malouine. Deux jours auparavant on apprenait, par la voie de Randy Tinseth, vice-président chargé du marketing de Boeing, que la Chine aura besoin de 5000 avions d’ici 2030 soit, à elle seule, 15% des besoins estimés du monde en avions commerciaux civils et 40% de la demande sur l’Asie Pacifique. Le nombre de milliardaires de l’Empire du Milieu a grimpé entre 2010 et 2011 de 189 à 271.

Retour à Utopia et sa guerre propre en Libye. Dans le silence des médias occidentaux, le Conseil national pour le changement et la démocratie (CNCD), qui est la coalition de mouvements d’opposition tchadienne a lancé un appel à la « cessation immédiate du massacre des Tchadiens et des populations noires en Libye ». Le Camp du Bien massacrerait des Noirs africains ? On nous aurait menti ?

Ses chefs (d’Al Qaïda canal modéré) disposent pourtant de brevets de fréquentabilité indiscutables, à l’image du nouveau responsable de la sécurité de Tripoli (nommé par l’OTAN), Abdel Hakim Belhadj qui après son retour du djihad anti-soviétique en Afghanistan forma le Groupe Combattant islamique de Libye (GILC) puis fut capturé par la CIA en 2004, en Malaisie alors qu’il rendait une visite de courtoisie à ses amis décapiteurs d’Asie du Sud-est ! C’est donc lui qui sera notre garant, en habit de président du conseil militaire de Tripoli, de la transition pacifique vers la démocratie.

Enfin, tout va bien puisqu’Amr Moussa, candidat à l’élection présidentielle en Egypte a annoncé cette semaine, lors d’une conférence qu’il donnait à l’Institut international d’études stratégiques (IISS) à Genève, que, je cite, « Le Moyen-Orient sera démocratique, respectueux de la loi et de la liberté d’expression dans quelques années ». Boukra inch’Allah (demain si Dieu le veut !) comme on dit dans le monde arabe…

11 septembre 2011 : formidable journée mondiale de reconditionnement des esprits. Il était difficile ce dimanche de protéger sa raison du déferlement émotionnel imposé par les médias dominants. A propos, si vous souhaitez mieux connaître mon hypothèse de travail à propos du 11 septembre, je vous renvoie à l’interview que j’ai donnée au dernier numéro du Spectacle du monde (numéro de septembre-octobre), actuellement dans les maisons de la presse et bien évidemment aussi à la dernière version de mon  Chronique du choc des civilisations qui vient de sortir en librairie.

Du 3 au 6 septembre

Les pays du Sud font moins d’histoires que nous pour expulser leurs clandestins. Après l’attentat sanglant contre le siège des Nations unies à Abuja, le 26 août, le Nigeria vient d’expulser 115 immigrés clandestins de la ville nordiste de Kano qui viennent du Niger, du Tchad, du Togo, du Cameroun et du Bénin. Nos médias feraient bien de se pencher sur le durcissement des politiques migratoires des pays d’Afrique subsaharienne. Ils découvriraient, premièrement que la question migratoire n’est pas seulement un problème Nord/Sud mais aussi Sud/Sud, deuxièmement que l’idéologie des Droits de l’Homme n’embarrasse nullement le Tiers-monde. C’est une maladie de l’esprit manifestement réservée aux Européens de l’Ouest.

A propos d’immigration clandestine, arrive ce qui devait arriver avec la chute de Kadhafi et l’on n’entend guère les médias sur ce sujet non plus. De nombreux candidats ouest-africains à l’immigration clandestine profitent de la chute du régime de Kadhafi pour fuir vers l’Europe à travers une Libye devenue passoire. Bien sûr que le chantage à l’immigration de Kadhafi était insupportable ! Mais dans l’ensemble, l’Etat libyen faisait plutôt écran. L’écran est tombé. Les 2000 km de côtes sur la Méditerranée de la Libye sont désormais hors contrôle. Agadez, aux portes du désert, est revitalisée par l’afflux de ces milliers de candidats à l’émigration.

A propos de la Libye, le 5 septembre, a commencé à Alger une importante conférence sur la sécurité au Sahel. Avant la chute de Kadhafi, il y avait déjà le triple problème Aqmi (Al Qaïda du Maghreb islamique)/rébellions séparatistes (Polisario, Touaregs), trafics en tous genres (immigration clandestine, drogue…). Imaginez maintenant la situation après la chute de Kadhafi : la guerre civile libyenne a dispersé les armes des dépôts de l’armée nationale dans la nature, la guerre des tribus est ouverte, les mercenaires touaregs de Kadhafi sont de retour au pays (à Agadez, au nord du Niger) bourrés d’armes et ils ne vont certainement pas s’arrêter en si bon chemin. Agaly Alambo, chef du Mouvement des Nigériens pour la Justice (MNJ), la rébellion touareg engagée en 2007 dans la région d’Agadez dans une guerre contre le pouvoir central, était en Libye depuis 2009 sous la protection du Guide libyen. Le voilà de retour… En juillet 2001, le président nigérien Mahamadou Issoufou, avait déclaré que plus de 210 000 Nigériens avaient fui la Libye depuis février. 210 000 en 6 mois ; peut-on imaginer l’effet déstabilisateur que cela constitue sur un pays pauvre comme le Niger ? Ces immigrés nigériens envoyaient beaucoup d’argent à leurs familles. Quant aux Touaregs maliens qui ont combattu pour Kadhafi, ils seraient en possession d’armes parachutées par la France pour les rebelles libyens (dans l’ouest de la Libye) selon des sources sécuritaires maliennes.

L’Algérie partage avec la Libye un millier de kilomètres de frontières et les autres pays de la zone (Mali, Mauritanie, Niger) sont aussi inquiets des conséquences du chaos libyen. La Libye présente toutes les caractéristiques pour devenir une nouvelle Somalie, mais cette fois-ci en plein cœur du Sahara et aux portes de l’Europe.

Décidément les perspectives pour le monde musulman ne semblent guère meilleures côté Proche-Orient. Le 5 septembre, un général israélien, Eyal Eisenberg, responsable de la défense passive, a déclaré qu’il fallait s’attendre à un « hiver islamiste » après le « printemps arabe ». Il a précisé sa prédiction en pariant sur le risque d’éclatement d’une guerre totale au Moyen-Orient avec utilisation d’armes de destruction massives. En fait sa déclaration faisait écho à l’inquiétude des milieux militaires et de renseignement israéliens quant… à une éventuelle chute du régime syrien de Bachar el-Assad. Les Israéliens sont des réalistes. Ils ont des problèmes avec l’axe Hezbollah-Syrie-Iran, mais ils ont manifestement appris à les maîtriser. Ils semblent en revanche craindre beaucoup plus la perspective d’un axe sunnite radicalisé les encerclant avec, en Syrie, un chaos islamiste sunnite à la place de l’ordre alaouite. Cette inquiétude est à relier à la tension croissante entre Israël et la Turquie, avec l’annonce le 2 septembre, par le gouvernement turc, de l’expulsion de l’ambassadeur d’Israël à Ankara et la perspective d’une amélioration des capacités offensives (visant les localités du sud d’Israël) du Hamas de la bande de Gaza.

 

2 septembre 2011

Le monde selon l’OTAN ne fait décidément pas l’unanimité ! L’avènement de la multipolarité c’est aussi le refus, par les émergents, du reformatage occidental de l’Afrique. Ce 2 septembre 2011, je retiens surtout le boycott de la conférence de Paris sur la reconstruction de la Libye par Jacob Zuma, président de l’Afrique du Sud. Ce n’est quand même pas rien l’Afrique du Sud ! La moitié de la richesse produite par tout le continent africain. Et les Sud-Africains entendent bien avoir leur mot à dire dans la nouvelle géopolitique africaine.

Rappelez-vous ! Il y a quelques mois, l’Union africaine n’avait-elle pas tenté une médiation de paix dans le conflit libyen, médiation ouvertement méprisée par l’OTAN ? Aujourd’hui l’Afrique du Sud renvoie la balle : elle affiche son mépris pour des rebelles arrivés dans les fourgons de l’OTAN.

Le Brésil (ce n’est pas rien non plus le Brésil !), quant à lui, a participé à la conférence hier à Paris, mais n’a pas encore décidé de reconnaître le Conseil National de Transition. Le ministre brésilien des affaires étrangères Antonio Patriota a déclaré aujourd’hui, depuis Sofia, qu’il appartient à l’Assemblée générale de l’ONU de définir le représentant légitime du peuple libyen. L’ONU ? Les pays de l’OTAN ne semblent pas connaître. Les Palestiniens vont à l’ONU pour essayer de faire reconnaître leur Etat. La France, qui a décidément oublié sa politique arabe et son rôle d’équilibre, affirme que ce n’est pas raisonnable de déclencher une confrontation diplomatique stérile. Ce qui est raisonnable en somme, c’est de continuer à mourir à petit feu… Cela ne fait jamais que 60 ans.

Les Turcs eux ne l’entendent pas de la sorte. Ce vendredi 2 septembre quelque chose d’essentiel vient de se produire entre Israël et la Turquie. Ankara a décidé d’expulser l’ambassadeur d’Israël et de suspendre tous ses accords militaires avec ce pays. Les Turcs attendaient des excuses d’Israël après l’affaire de la flottille internationale qui tenta de briser le blocus de Gaza (bilan 9 citoyens turcs tués). Les Turcs sont patients, mais ils ne sont pas comme nous, ils n’ont pas la mémoire courte. Ce refroidissement est historique. On n’aime ou on n’aime pas, mais voilà en tout cas des gens qui ont des principes, une vision et de la constance. On en aimerait autant chez nous. Le jour même où les Turcs refroidissent l’atmosphère avec Tel Aviv, ils s’assurent du côté de l’allié américain et consolident leur position centrale dans l’OTAN en annonçant leur accord pour le déploiement, sur leur territoire, d’éléments du bouclier antimissile de l’OTAN (un radar d’alerte précoce dédié à l’OTAN). Certains s’inquiètent cependant à Ankara du risque de dégradation des relations avec la Russie et l’Iran.

Enfin, la pression continue d’augmenter sur la Syrie, et là encore, comme pour la Libye, la France est à l’avant-garde des intérêts américains. Logique que les Européens s’acharnent sur un pays qui avait commis le crime, depuis 2005… de se débarrasser progressivement du dollar au profit de l’euro. Cela ne vous rappelle rien ? Irak, Serbie, Libye…